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Smart TV v/s smart mamma

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Saranno stati un paio d’anni fa.

Ero andato a trovare mamma e papà e, in casa, era comparso da poco un nuovo televisore ennesimo. Una smart TV, a dirla tutta. Nera, poggiata su un supporto nervosamente asimmetrico e aereo, monolitica nel senso di 2001: Odissea nello spazio, dominava lo spazio appoggiata su una apposita mensola della cucina bianca.

Per papà, i televisori sono oggetti speciali: la sua vita professionale è cominciata dai televisori a valvole, proprio nel momento in cui i televisori si sono diffusi. E della sua vita di bimbo, ricorda spesso le occasioni in cui andava a vedere la televisione a casa d’l padrun, il proprietario della tenuta che i miei nonni gestivano come mezzadri. E ‘l padrun, nella sua generosità notevole, donava tre caramelle—tre—a lui e alle sue due sorelle, mentre loro si godevano la serata davanti alla TV bianco e nero, in rigoroso silenzio. E anche altri momenti della sua vita, in qualche misura, sono stati scanditi da qualche tipo di evento legato alla televisione. Nel ’77 la TV italiana avviava ufficialmente le trasmissioni a colori: l’anno in cui sono nato io, per dire.

Per me la TV sa di vecchio. Anche nella monolitica e scintillante versione di cui papà si era appena dotato, non riuscivo a riconoscere altro che un monitor. Che se l’interazione massima è premere i tasti sul telecomando, allora quella non è roba per me e comincio a cercare alternative. E di alternative ce n’erano, quel giorno: il retro del monolite era zeppo di connettori, un ben di dio di ingressi e uscite, in ogni formato immaginabile.

Così, complici un pomeriggio caldo e la voglia di fare una cosa qualsiasi con papà, propongo di provare a connettere in rete l’oggetto: dietro c’è una porta ethernet e non dobbiamo far altro che far correre un cavo fino alla zona in cui vive il router ADSL, di là, vicino al telefono. Detto fatto, apriamo 5 scatole della luce, individuiamo un percorso, infiliamo una sonda e, nel giro di mezz’ora, il monolite è in rete.

A quel punto, lo schermo—quasi solo una lamina nera, a dire il vero—e il suo telecomando assumono tutto un altro significato. Mai messo le mani su una Smart TV e voglio proprio vedere che cosa ci si può fare, voglio proprio.

Nel giro di poco mi rendo conto che di smart, nel monolite, non c’è niente: sia che scelga la traduzione in intelligente, sia tradotto con sveglio, svelto, il coso che ho davanti non risponde alle definizioni.

L’interfaccia è lenta e scomoda. Faccio un giro, esploro. C’è un’unica cosa che, forse, nella sua ridicola smartness, il monolite potrebbe fare decentemente: far vedere i video su YouTube.

No, non lo fa bene: per fare una ricerca uso una tastiera a schermo dove seleziono e confermo una lettera dopo l’altra. Se sbaglio, devo muovermi con il telecomando fino al backspace della tastiera virtuale e poi tornare sulla lettera che avrei voluto digitare prima di sbagliare. E confermare. E poi di nuovo: destra-destra-destra-destra-su-destra-destra-destra-ok, sinistra-sinistra-sinistra-giù-giù-ok. Un lavoro a tempo pieno.

Sarà stata la curiosità che girava intorno al monolite, sarà quella generata a pranzo dalla scoperta della spugna di luffa, sta di fatto che mamma ha scoperto internet quel giorno. Un video dopo l’altro, la curiosità ha vinto, ha sconfitto tasto dopo tasto una pessima user-interaction a colpi di click su uno scomodo telecomando.

Brava mamma! Ci avevi già provato, anni prima, ma quella cosa del mouse non ti è mai andata giù. E lo capisco: ci vuole un po’, a prendere confidenza con un topo sulla scrivania. Meglio cominciare con una serie infinita di click-click-click su un rassicurante telecomando. A quel punto, però, la frittata è fatta: una volta trovato l’innesco, la curiosità muove l’animo e, infatti, qualche mese dopo, per la prima volta ti ho visto in mano uno smartphone. A due anni di distanza lo tratti sempre con un non so che di riverenza, come si trattano le situazioni che non si capiscono fino in fondo.

E allora, visto che ci penso da un po’, comincio da qui: ti racconto un po’ di quel che faccio per vivere, un po’ alla volta, senza fretta e senza appuntamenti. E la chiamo internet per mamma, questa serie.

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