<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" xmlns:webfeeds="http://webfeeds.org/rss/1.0"><channel><title>sistrall.it</title><link>https://www.sistrall.it/</link><atom:link href="https://www.sistrall.it/it/feed.xml" rel="self" type="application/rss+xml"/><dc:creator>Silvano Stralla</dc:creator><webfeeds:logo>https://www.sistrall.it/feed/avatar.png</webfeeds:logo><webfeeds:cover image="https://www.sistrall.it/feed/sistrall.png"/><webfeeds:icon>https://www.sistrall.it/feed/avatar.png</webfeeds:icon><webfeeds:wordmark>https://www.sistrall.it/feed/avatar.png</webfeeds:wordmark><webfeeds:related layout="card" target="browser"/><description>Fotografie e /pensieri s(c|p)arsi/ dal 2002</description><lastBuildDate>Sun, 22 Feb 2026 16:08:51 GMT</lastBuildDate><docs>https://validator.w3.org/feed/docs/rss2.html</docs><generator>sistrall.it</generator><language>it</language><copyright>© 2002—2026 Silvano Stralla</copyright><image><title>sistrall.it</title><url>https://www.sistrall.it/feed/avatar.png</url><link>https://www.sistrall.it/</link></image><item><title><![CDATA[Essaouira, Scozia]]></title><link>https://www.sistrall.it/it/fotografie/2026/02/22/essaouira-scozia</link><guid>https://www.sistrall.it/it/fotografie/2026/02/22/essaouira-scozia</guid><pubDate>Sun, 22 Feb 2026 15:46:01 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Sarò stato su quella spiaggia forse un paio d'ore.</p>

<p>C'era un mare forte, un oceano grosso, che spingeva una nebbia fine verso terra, ma poi, una volta arrivata sulla spiaggia, la nebbia si calmava e spariva. Era come stare sospesi: anche il vento, in effetti, aiutava.</p>

<p>Anche Essaouira, alla mia destra, era nascosta dalla nebbia: si vedevano i profili offuscati delle navi da pesca tirate su in secca, sul molo del porto.</p>

<p>Quasi non c'erano rumori, o forse, piuttosto, oceano e vento li sovrastavano. Ogni tanto il metal detector di una coppia di ragazzi bippava ripetutamente. Quando ha cominciato a farlo senza più smettere, loro hanno cominciato a scavare nella sabbia del bagnasciuga, con le mani. Spostavano la sabbia, sondavano avvicinando il disco del metal detector: suonava, ma loro sembra non abbiano trovato niente. Una serie notevole di falsi positivi.</p>
]]></content:encoded><media:content url="https://www.datocms-assets.com/70735/1771774481-20264311-164354-01.jpg?fm=jpg&amp;w=552" type="image/jpeg" medium="image" height="310" width="552"/><enclosure url="https://www.datocms-assets.com/70735/1771774481-20264311-164354-01.jpg?fm=jpg&amp;w=552" length="0" type="image/jpg"/></item><item><title><![CDATA[Creatività]]></title><link>https://www.sistrall.it/it/pensieri/2025/07/02/creativita</link><guid>https://www.sistrall.it/it/pensieri/2025/07/02/creativita</guid><pubDate>Wed, 02 Jul 2025 07:08:51 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Pensavo l'altro giorno, che la creatività somiglia all'acqua.</p>

<p>C'è l'acqua della falda freatica: è poco profonda, la trovi facilmente, in fondo basta scavare un po'.</p>

<p>Sotto, più in basso, molto più in basso, c'è l'acqua dei bacini artesiani, che si raggiunge con i pozzi artesiani: è quella che zampilla, senza pompe, che quando la raggiungi spinge verso l'alto e risale il condotto, fino alla superficie. Tu metti sotto il bicchiere, e bevi.</p>

<p>Ce n'era uno vicino a casa, di pozzo artesiano, quando ero bambino. Da un tubo umile, che saliva dal terreno, sgorgava sempre l'acqua.</p>

<p><a href="https://maps.app.goo.gl/a1pZ54aPsFPAqUsV8">Ce n'è uno</a>, a Parigi, di pozzo artesiano, che mi è rimasto in mente: sta alla Butte-aux-Cailles, un quartiere periferico, in cui si sente che Parigi è molto molto vicina. Sta in una piccola piazza, vicino ad una piscina: l'acqua delle vasche viene dallo stesso pozzo. A parte la bellezza del luogo, e quella architettonica degli edifici della piscina, ci sono i numeri, del pozzo, che metto in fila con una certa impressione: l'acqua, dopo lunghi scavi e interruzioni e riprese di scavi ha iniziato a zampillare nel 1904, risalendo da 582 metri di profondità, dov'è conservata da decine di migliaia di anni, tra strati di argilla nera, a una pressione che arriva a 60 bar. Brividi. Sipario.</p>

<p>Anzi no.</p>

<p>Crea.</p>
]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il sole attraverso le nuvole]]></title><link>https://www.sistrall.it/it/fotografie/2025/03/18/il-sole-attraverso-le-nuvole</link><guid>https://www.sistrall.it/it/fotografie/2025/03/18/il-sole-attraverso-le-nuvole</guid><pubDate>Tue, 18 Mar 2025 21:10:08 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>C'è ancora questa foto, che voglio pubblicare, da questo volo Londra-Torino di un giorno qualsiasi, di un tempo qualsiasi.</p>

<p>Non capivo che cosa stesse succedendo, in effetti: c'ho dovuto pensare un poco su. Ma quello, il bagliore rosso, credo, è il sole visto al di là delle nuvole, poco prima che tramonti dietro la terra.</p>
]]></content:encoded><media:content url="https://www.datocms-assets.com/70735/1742331907-20250310-200602-4640.jpg?fm=jpg&amp;w=552" type="image/jpeg" medium="image" height="310" width="552"/><enclosure url="https://www.datocms-assets.com/70735/1742331907-20250310-200602-4640.jpg?fm=jpg&amp;w=552" length="0" type="image/jpg"/></item><item><title><![CDATA[All'orizzonte, sopra le nuvole]]></title><link>https://www.sistrall.it/it/fotografie/2025/03/14/all-orizzonte-sopra-le-nuvole</link><guid>https://www.sistrall.it/it/fotografie/2025/03/14/all-orizzonte-sopra-le-nuvole</guid><pubDate>Fri, 14 Mar 2025 20:56:05 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>E poi è successo che all'orizzonte, sopra le nuvole, sono apparsi degli archi, fatti di nuvole. Di nuvole sostanziose, come un impasto di pane. Sembrava avessero dei pilastri sotto.</p>

<p>Oppure, chissà, l'ho pensato perché il giorno prima ho visitato una cattedrale gigantesca, così grande che dentro non ci stava e, forse, è venuta fuori lì sopra le nuvole.</p>
]]></content:encoded><media:content url="https://www.datocms-assets.com/70735/1741985280-20250310-201243-4648.jpg?fm=jpg&amp;w=552" type="image/jpeg" medium="image" height="368" width="552"/><enclosure url="https://www.datocms-assets.com/70735/1741985280-20250310-201243-4648.jpg?fm=jpg&amp;w=552" length="0" type="image/jpg"/></item><item><title><![CDATA[E poi è qui che tutto è diventato calmo]]></title><link>https://www.sistrall.it/it/fotografie/2025/03/13/e-poi-e-qui-che-tutto-e-diventato-calmo</link><guid>https://www.sistrall.it/it/fotografie/2025/03/13/e-poi-e-qui-che-tutto-e-diventato-calmo</guid><pubDate>Thu, 13 Mar 2025 21:19:06 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>E poi la tensione del volo si è dissolta. Tutto si è calmato.</p>

<p>Io non me l'aspettavo. Sotto di noi doveva già essere notte.</p>

<p>Mentre volavamo pensavo che io non me l'aspettavo, in quel momento, di provare di nuovo quel lampo di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Effetto_della_veduta_d%27insieme">overview effect</a>, come mi capita delle volte, in bicicletta. Ma è un'altra storia.</p>

<p>Il sole si è mostrato ancora un po', al di sotto della coperta di nuvole, mentre la notte, sotto sotto, occupava metà del mondo.</p>
]]></content:encoded><media:content url="https://www.datocms-assets.com/70735/1741900146-20250310-200021-4636.jpg?fm=jpg&amp;w=552" type="image/jpeg" medium="image" height="368" width="552"/><enclosure url="https://www.datocms-assets.com/70735/1741900146-20250310-200021-4636.jpg?fm=jpg&amp;w=552" length="0" type="image/jpg"/></item><item><title><![CDATA[Mentre tornavo a casa]]></title><link>https://www.sistrall.it/it/fotografie/2025/03/12/mentre-tornavo-a-casa</link><guid>https://www.sistrall.it/it/fotografie/2025/03/12/mentre-tornavo-a-casa</guid><pubDate>Wed, 12 Mar 2025 21:18:29 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Mentre tornavo a casa da Londra, l'aereo passava alto sopra una spessa coltre di nubi (come scrivono nei romanzi).</p>

<p>Era per davvero una coperta: alla partenza, il cielo era grigio, era stato grigio fin dal mattino. Quando l'aereo ha iniziato a salire, il panorama sotto di noi si è impastato sempre di più, fino a diventare un'immagine sfocata e indistinguibile.</p>

<p>Ero seduto nel posto più a destra della fila, in corrispondenza di un finestrino che ha guardato per buona parte del viaggio verso ovest.</p>

<p>Quando il sole ha iniziato a scendere avevamo già forato la coperta di nuvole e ci siamo trovati dall'altro lato. Le ombre si sono allungate, e di molto. I colori sono cambiati. Anche a bordo, mi è sembrato di sentire, si è allentata quella tensione leggera che accompagna i voli come un ronzio di fondo.</p>

<p>Le nuvole, da sopra, hanno preso forme nuove: all'inizio erano piatte, poi sotto di noi è apparsa una distesa di imbottitura per cuscini, faceva pensare ad un enorme divano in costruzione, di cui non si vedeva la fine.</p>

<p>Il sole si è abbassato sempre di più e... ne parliamo domani, dai.</p>
]]></content:encoded><media:content url="https://www.datocms-assets.com/70735/1741812431-20250310-193320-4628-enhanced-nr.jpg?fm=jpg&amp;w=552" type="image/jpeg" medium="image" height="367" width="552"/><enclosure url="https://www.datocms-assets.com/70735/1741812431-20250310-193320-4628-enhanced-nr.jpg?fm=jpg&amp;w=552" length="0" type="image/jpg"/></item><item><title><![CDATA[Hakodate]]></title><link>https://www.sistrall.it/it/fotografie/2025/03/03/hakodate</link><guid>https://www.sistrall.it/it/fotografie/2025/03/03/hakodate</guid><pubDate>Mon, 03 Mar 2025 19:52:34 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Ecco: metto questa foto qui, perché questa mescolanza di chaos e silenzio, di disordine e quiete, è una condizione che inseguo spesso. Me la segno qui. A volte me la sogno.</p>

<p>Chaos e silenzio, li trovo nei boschi: tutto cresce, tutto cambia, c'è un ordine nelle cose del bosco, ma quasi non si vede. Gli alberi che puntano coperativamente verso il cielo danno un'impressione di senso, sembra che ci sia uno schema. Ma è nel sottobosco, dicono i naturalisti, che succedono le cose.</p>
]]></content:encoded><media:content url="https://www.datocms-assets.com/70735/1741031001-20240824-084454-3205.jpg?fm=jpg&amp;w=552" type="image/jpeg" medium="image" height="368" width="552"/><enclosure url="https://www.datocms-assets.com/70735/1741031001-20240824-084454-3205.jpg?fm=jpg&amp;w=552" length="0" type="image/jpg"/></item><item><title><![CDATA[Jinbōchō]]></title><link>https://www.sistrall.it/it/fotografie/2025/02/25/jinbocho</link><guid>https://www.sistrall.it/it/fotografie/2025/02/25/jinbocho</guid><pubDate>Tue, 25 Feb 2025 18:49:58 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Siamo stati a <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Jinb%C5%8Dch%C5%8D">Jinbōchō</a> uno degli ultimi giorni del nostro viaggio. Mi ci ha portato <a href="https://gretagolia.it/">Greta</a>, che mi porta, spesso e bene, in posti che io non so.</p>

<p>A Jinbōchō (Tokyo) ci sono parecchie librerie: sono allineate ai lati delle strade, spesso sono tematiche, hanno libri vecchi e nuovi. C'è, persino, una libreria di libri italiani.</p>

<p>Quasi tutte le librerie fuoriescono sulla strada, molte lo fanno con scaffali che si spingono fuori dal perimetro degli edifici. Altre, in effetti, sembrano dei calzini rovesciati: il grosso della libreria è fuori, gli scaffali guardano verso l'esterno.</p>

<p>Io ho una specie di attrazione per questo genere di posti: a Parigi c'è <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Rue_Mouffetard">Rue Mouffetard</a>, dove i negozi sono mezzi dentro e mezzi fuori. In questi posti, le regole di coesistenza urbana secondo cui si distribuiscono il dentro e il fuori, quelle regole lì, che diamo per scontate, saltano un po'.</p>

<p>Faceva un caldo torrido mentre giravamo per le strade. Ci siamo rifugiati in un cafè e poi, uscendone, abbiamo continuato a salire per le scale, fino in cima ad un palazzo di fronte: di là sopra, la libreria, questa libreria della foto, e la strada di fronte e quelle intorno, sembravano tutta un'altra cosa.</p>

<p>Sembrava di trovarsi a casa.</p>
]]></content:encoded><media:content url="https://www.datocms-assets.com/70735/1740508240-20240917-070435-4022.jpg?fm=jpg&amp;w=552" type="image/jpeg" medium="image" height="310" width="552"/><enclosure url="https://www.datocms-assets.com/70735/1740508240-20240917-070435-4022.jpg?fm=jpg&amp;w=552" length="0" type="image/jpg"/></item><item><title><![CDATA[Il cielo sopra Sapporo]]></title><link>https://www.sistrall.it/it/fotografie/2025/02/20/il-cielo-sopra-sapporo</link><guid>https://www.sistrall.it/it/fotografie/2025/02/20/il-cielo-sopra-sapporo</guid><pubDate>Thu, 20 Feb 2025 07:18:44 GMT</pubDate><content:encoded/><media:content url="https://www.datocms-assets.com/70735/1740035776-20240830-053159-3458.jpg?fm=jpg&amp;w=552" type="image/jpeg" medium="image" height="310" width="552"/><enclosure url="https://www.datocms-assets.com/70735/1740035776-20240830-053159-3458.jpg?fm=jpg&amp;w=552" length="0" type="image/jpg"/></item><item><title><![CDATA[Giocare con la luce]]></title><link>https://www.sistrall.it/it/fotografie/2025/02/18/giocare-con-la-luce</link><guid>https://www.sistrall.it/it/fotografie/2025/02/18/giocare-con-la-luce</guid><pubDate>Mon, 17 Feb 2025 23:07:07 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>È quel che faccio da sempre, da quando ho preso in mano la prima macchina fotografica e ho premuto il pulsante di scatto: mi sembrava impossibile che così pochi ingredienti—luce, tempo, un po' di spazio—potessero portare a risultati tanto diversi.</p>
]]></content:encoded><media:content url="https://www.datocms-assets.com/70735/1739833112-20250105-175042-4345.jpg?fm=jpg&amp;w=552" type="image/jpeg" medium="image" height="552" width="552"/><enclosure url="https://www.datocms-assets.com/70735/1739833112-20250105-175042-4345.jpg?fm=jpg&amp;w=552" length="0" type="image/jpg"/></item><item><title><![CDATA[48 senza pensarci tanto]]></title><link>https://www.sistrall.it/it/pensieri/2025/02/13/48-senza-pensarci-tanto</link><guid>https://www.sistrall.it/it/pensieri/2025/02/13/48-senza-pensarci-tanto</guid><pubDate>Thu, 13 Feb 2025 12:18:20 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Mi ero preso un appunto, una volta, parecchi anni fa. L'ho ritrovato oggi.</p>

<p>Diceva: "che poi, del crescere, quel che proprio da fastidio sono le scelte. Non il fatto di farle, le scelte, quanto il fatto che ogni scelta fatta si porta via le altre che avresti potuto fare."</p>

<p>Ecco: ho poi cambiato idea. Non danno fastidio. Non portano via niente: aprono strade, su cui poi, di nuovo, ce ne sono altre, di scelte da fare. E va bene così.</p>

<p>E io, insomma, senza pensare poi tanto a tutto questo intrico di bivi e incroci, sono contento di quel che ho fatto giorno per giorno durante questi 48 giri intorno al sole.</p>
]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Parzialmente a fuoco]]></title><link>https://www.sistrall.it/it/fotografie/2025/01/14/parzialmente-a-fuoco</link><guid>https://www.sistrall.it/it/fotografie/2025/01/14/parzialmente-a-fuoco</guid><pubDate>Tue, 14 Jan 2025 17:19:52 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Si aggiungono pezzi, su una questione <a href="https://www.sistrall.it/it/fotografie/2023/12/26/quasi-sempre-cosi">di cui ho scritto tempo fa</a>: sono sempre io, in fondo, quel che appare nelle foto che pubblico.</p>

<p>Non è una questione di egocentrismo, eh! È che io sono il filtro, quello che fa la selezione, il buttafuori all'ingresso. Sono io che premo il bottone, nel momento in cui scatto e anche dopo, quando lavoro le foto e decido come diventeranno.</p>

<p>Se c'è una cosa che accomuna tutte le foto che appaiono qui è questa: sono tutte dei pezzetti di me, scorrendole si vede che cambio, che cresco, si vede anche una certa evoluzione.</p>
]]></content:encoded><media:content url="https://www.datocms-assets.com/70735/1736874539-20240830-035430-3449.jpg?fm=jpg&amp;w=552" type="image/jpeg" medium="image" height="310" width="552"/><enclosure url="https://www.datocms-assets.com/70735/1736874539-20240830-035430-3449.jpg?fm=jpg&amp;w=552" length="0" type="image/jpg"/></item><item><title><![CDATA[Una cosa che volevo fare da tanto]]></title><link>https://www.sistrall.it/it/pensieri/2024/05/12/una-cosa-che-volevo-fare-da-tanto</link><guid>https://www.sistrall.it/it/pensieri/2024/05/12/una-cosa-che-volevo-fare-da-tanto</guid><pubDate>Sun, 12 May 2024 16:08:10 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Ho tradotto sistrall.it in inglese. Cioè: sistrall.it ora è tutto in doppia lingua: italiano e inglese. Lo volevo fare da tanto.</p>

<p>Poi ho sempre rimandato: non era il momento giusto, non ci credevo tanto, forse non serviva. Forse non serve ancora, ma tant'è: ho deciso di fare le cose anche perché voglio.</p>

<p>Tradurre è stato molto facile: ho usato <a href="https://www.deepl.com/translator">DeepL</a> tramite un piccolo script—l'ho pubblicato su <a href="https://github.com/sistrall/translate-sistrall-contents">Github</a>—che ha preso i contenuti del sito, li ha tradotti e salvati. Quasi gratis, nel giro di minuti. Pochi anni fa era fantascienza. Che meraviglia.</p>

<p>Non ho controllato tutti i testi inglesi: ho fatto un controllo a campione, mi sono sembrati corretti. Però: se stai leggendo in inglese, e noti qualcosa che non torna, dimmelo. Grazie.</p>
]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Zeitgeist e le onde]]></title><link>https://www.sistrall.it/it/pensieri/2023/12/10/zeitgeist-e-le-onde</link><guid>https://www.sistrall.it/it/pensieri/2023/12/10/zeitgeist-e-le-onde</guid><pubDate>Sun, 10 Dec 2023 00:00:00 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Il 23 novembre questo sito ha compiuto 20 anni. È una quantità di tempo notevole: abbastanza per cominciare qualcosa, di nuovo.</p>

<p>Questo sito, messo online quando non facevo altro che desiderare di avere un posto online dove sperimentare cose, è, in sostanza, un esperimento in sè. Si è rivelato poi molto, molto di più: mi ha dato tanto, a parlar per frasi fatte. I commenti alle fotografie, fotografie che raramente prima condividevo. E che ho continuato a scattare con una certa costanza. Con il sito sono arrivati i primi lavori, inaspettati. Grazie a questo sito ho conosciuto persone che non avrei incontrato.</p>

<p>Non è solo la scadenza anagrafica: è quel che questo sito piccolissimo ha fatto succedere in questi venti anni.</p>

<p>20 anni fa era nella zeitgeist <em>avere un sito</em>, poi non lo è stato più. Ora, che ci stiamo riprendendo da una sbornia di social (e lo dico io che sui social quasi non esisto), il web torna a galla. «Small web», lo chiama qualcuno. A me l'idea piace, perché è di cose piccole che sono composte quelle grandi.</p>

<p>Io non sono più quello che ero 20 anni fa: sono diventato altro, passando per strade che non immaginavo neppure. Lavorativamente sono stato freelance, ho guidato team, mi sono occupato per qualche tempo dell’architettura di software complicati. Ero uno sviluppatore venti anni fa e lo sono ancora adesso. Ora so che si sviluppa software migliore solo se evolvono le persone che il software lo fanno, e che ci vogliono sintonia e sincronia.</p>

<p>Grazie, sistrall.it! Senza te non sarei lo stesso. Credo che farei quel che faccio ora, ma mi somiglierei di meno.</p>
]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[The City Listener: Dalla mia finestra]]></title><link>https://www.sistrall.it/it/pensieri/2020/05/16/the-city-listener-dalla-mia-finestra</link><guid>https://www.sistrall.it/it/pensieri/2020/05/16/the-city-listener-dalla-mia-finestra</guid><pubDate>Sat, 16 May 2020 06:00:00 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p><em>Prima che di COVID-19, il 2020 doveva essere l'anno dell'esplosione dei podcast (che mi rende felice) e della rinascita dei blog personali (in questo caso la mia reazione istintiva è entusiasmo). È successo che in questo 2020</em> <a href="https://www.spreaker.com/user/11988564/ortigiardino"><em>sono finito in una puntata</em></a> <em>del podcast The City Listener Torino, di</em> <a href="https://nicolettadaldanise.com/"><em>Nicoletta Daldanise</em></a><em>. Un'ottima cosa.</em></p>



<p>Una parte di questa scuola dirimpetto, che sta un po’ più bassa del nostro balcone, ha il tetto piano: niente tegole, solo una distesa grigia di guaina bituminosa. Dovrebbe proteggere dalle infiltrazioni, ma sospetto che, ciclicamente, il soffitto di alcune delle classi che stanno subito sotto il tetto si macchi di pioggia. Quando succede un paio di persone salgono su questo tetto piano e usano un aggeggio con la fiamma per mettere catrame e tappare le infiltrazioni.</p>

<p>Io, su questo tetto piano, c’ho sempre visto un orto-giardino. È pieno di piante e ortaggi, ha vialetti che passano tra le aiuole e alcuni di questi vialetti hanno un piccolo pergolato che fiorisce spesso.</p>

<p>La meraviglia è che all’inizio c’era solo quell’orto-giardino sulla scuola. Qualcuno aveva iniziato a costruirlo passando per le scale della scuola ogni volte che doveva raggiungere il tetto piano. E di giardino, sui tetti del quartiere, c’era solo lui, all’inizio. Poi successe che qualcuno degli abitanti si accorse che anche il palazzo a destra della scuola aveva un piccolo pezzo di tetto piano: era proprio la sommità della torretta dell’ascensore. Anche quello divenne un giardino, minuscolo, certo, ma vuoi mettere! Niente vialetti, che non ci stavano proprio, ma quattro cascate di rampicanti scendevano dai lati della torretta dell’ascensore e si allungavano sulle falde del tetto. Passò poco tempo e successe che anche il grande terrazzo che era in cima al tetto del palazzo un po’ più lontano divenne anche lui un giardino! Mica da solo, eh, qualcuno se ne occupò, certo, ma intanto…</p>

<p>A quel punto la situazione cominciava a diventare evidente. Voglio dire: gli orti-giardino sui tetti cominciavano a vedersi anche da terra. E, certo, le persone volevano salire su per visitarli, gli orti-giardino, o anche solo per passarci un po’ di tempo o leggere un libro con nel naso l’odore dell’insalata che cresce. E quando stava in uno di questi orti-giardino (che nel frattempo erano diventati sette), la gente voleva sempre andare a sentire i rumori e i profumi un po’ diversi dell’orto-giardino vicino.</p>

<p>Venne facile e in fondo anche logico, ad un certo punto, tirare su dei ponti, tra un orto-giardino e un altro orto-giardino. Erano ponti tibetani, perlopiù, e andavano da cornicione a cornicione, da tetto a tetto ma erano facili da camminare, mica come quelli spaventosi di certi film.</p>

<p>Ora di orti-giardino ce ne sono su quasi tutti i palazzi del quartiere, di tutte le taglie. C’è che è più orto e chi è più giardino. Tu puoi salire su quello tutto fiorito di glicine all’angolo di Via Sacchi, proprio accanto alla stazione e, di ponte in ponte, arrivi al giardino sulla scuola da cui tutto è cominciato e puoi andare oltre, puoi arrivare fin giù, fino addirittura in corso Einaudi.</p>

<p>Alla fine, di ponte tibetano ne abbiamo costruito uno anche noi, tra il nostro balcone e il giardino sulla scuola da cui tutto è cominciato: se passi da quelle parti, fai una deviazione e bussa, così fuori dalla finestra vedrò te.</p>
]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Racconto]]></title><link>https://www.sistrall.it/it/pensieri/2017/10/15/racconto</link><guid>https://www.sistrall.it/it/pensieri/2017/10/15/racconto</guid><pubDate>Sun, 15 Oct 2017 16:50:00 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p><em>Un paio d'anni fa mi sono iscritto ad un <a href="http://zandegu.it/prodotto/narrativa-101/">corso</a> di scrittura creativa. Questo è il racconto che è venuto fuori alla fine. Ci sono dentro io, in certi momenti.</em></p>
</blockquote>

<h2>1. master e slave</h2>

<p>«Stiamo aprendo a Cagliari e Londra. A settembre anche Hong Kong», mi dice guardandomi. «Chissà che cosa ne penserebbe Conway», dico io, ma lui non intercetta il riferimento. Allora continuo: «Già molti anni fa ha detto che le architetture software somigliano sempre all’organizzazione che le crea». Gli resta su quell’espressione indagatrice a raggio corto che–penso–durante i colloqui si potrebbe evitare di indossare.
L’ufficio è tutto bianco, tranne il Landskröna divano, marrone, punzonato e pur non impegnativo, che mi guarda dalla parete di fondo. Si vede che l’ufficio è stato rinnovato da poco e, appena registro l’informazione, mi sembra di notare nell’aria un lieve odore di vernice. Il pavimento dev’essere quello originale: una graniglia grossolana di nessun colore.</p>

<p>Faccio caso al fatto che il biancore di cui sono circondato dipende largamente, mi sembra, dalla totale assenza di quadri. C’è solo la gigantografia del logo di Stratag, scontato e insignificante: occupa quasi l’intera parete sopra al divano.
Questa mattina ho fatto colazione cullando il pensiero che io, di colloqui veri e propri, per trovare un lavoro, non ne ho mai fatto uno. Ricordo i primi: mi portavo nello zaino un certo grado di incertezza tipica di chi comincia e viaggiavo perennemente fuori dalla mia comfort-zone, ma i feedback che ricevevo erano sempre sopra le aspettative e mi restituivano una percezione attutita e distorta di me e delle mie capacità.</p>

<p>Mi aggancio ad una sua riflessione e «Sì», dico, «ci sono casi interessanti. Ricordo una lunghissima discussione: era un gruppo di sviluppatori che cercava un’alternativa alle parole master e slave». Era diventato un caso: se n’era parlato anche nella chat di lavoro. Giorni di flame travolgenti, ma non erano arrivati a nulla: «Continuiamo a usare master e slave, senza pensarci troppo su». Ci portiamo dietro anche un vocabolario vagamente militaresco che a volte–penso–m’infastidisce.</p>

<h2>2. deploy</h2>

<p>Esco dal suo ufficio scortato da una formale ed energica stretta di mano e attraverso la piazza soleggiata: a cosa fatta, prendo fiato mentre mi si alleggeriscono le mani e i piedi. Punto dritto al Covo. «Ciao, bentornato!», mi saluta Laura, chissà se per natura o per lavoro.</p>

<p>La scrivania dove lavoro è ordinata: apro il portatile alluminio e, allo stesso tempo, si accende il monitor esterno. Devo aver letto chissà dove che i monitor grandi aumentano la produttività: è ragionevole–penso.</p>

<p>Siamo una trentina, regolarmente distribuiti nello stanzone: dalle scrivanie sale un bisbiglio di pensieri. Lavoro in coworking da un po’ e questo non fa altro che aumentare i dubbi di mamma su quel che faccio per vivere. In parte è una questione generazionale. Qualche volta ho pensato di portarla ad un pitch, ma non l’ho mai fatto: una spiegazione di quattro minuti spaccati, interrotta da uno squillo di sirena, non aiuterebbe a chiarirle le idee.</p>

<p>«Mamma, provo a spiegartelo così. È un po’ come se scrivessi libri. Cioè: non da solo, non ci lavoro solo io. Lo faccio insieme ad altri, perché è come se scrivessimo libri molto lunghi, con intrecci molto complicati e, cosa più importante, dettagliatissimi. E nessun dettaglio dev’essere sbagliato. Non possiamo contare sull’indulgenza dei lettori: i nostri lettori sono macchine che non ammettono errori e, appena trovano qualcosa che non torna nel racconto, smettono subito di leggere». Mi era sembrata un’analogia convincente e la sua reazione me lo aveva confermato; e anche se chiariva un aspetto della questione, di certo lei continuava a chiedersi che rapporto ci fosse tra questi metaforici libri e le schermate nere piene di caratteri colorati che aveva visto più volte sul mio monitor quando ancora vivevo a casa dei miei.</p>

<p>La luce è giusta: il Covo è architettura post-industriale e si vede anche dal colore del sole di primo pomeriggio che entra dritto dai finestroni. Dovevano costruirci materassi, qui, una volta. Meglio questa luce–penso–di quel biancume stordente. E poi–penso anche–dovrei smettere di venire qui, se accettassi.</p>

<p>È difficile lavorare dopo il colloquio di questa mattina: serve un certo livello di concentrazione per attraversare tutti gli strati che si sono depositati nel tempo, per andare in profondità, astrazione dopo astrazione. Siamo in cinque a lavorarci, ora, ma il progetto è passato da un gruppo all’altro e di mani ne riconosco molte di più. A volte, tra le righe di programma, oltre allo stile, di chi ci ha lavorato prima di noi distinguo anche l’umore: le giornate no e quelle sì.</p>

<p>Il brusio dei miei dubbi post-colloquio è un rumore di fondo confuso ma ben distinguibile che, a fatica, riesco a silenziare; bussa più volte: non mi faccio corrompere e gli chiudo a chiave la porta. Metto la chat su “Non disturbare”, scelgo la colonna sonora e cambio lo status in “Down into the zone”: ricevo una manciata di faccine-sorriso dai ragazzi.</p>

<p>Il resto del pomeriggio lo passo dietro ad un difetto della trama: è minuscolo, ci metto ore a trovarlo. Quando c’è un difetto nella trama, viene fuori un bug. E questo di oggi è davvero subdolo: ha effetto solo di mercoledì e, prima di capire che era un problema e non una caratteristica del sistema, e prima che riuscissero a raccontarmelo, sono passate settimane.</p>

<p>Perdo il senso del tempo.</p>

<p>Alcune persone mi passano di fianco e io le noto con la coda dell’occhio. Qualcuno ha cominciato ad alzarsi, dopo aver raccolto le sue cose: quasi tutto quel che è servito a lavorare torna a casa nelle borse, negli zaini: di giorno fogli di calcolo e fatture, la sera serie TV. Ho la sensazione di svegliarmi e di iniziare a respirare, anche se sono già sveglio e, quasi di sicuro, di respirare non devo mai aver smesso.</p>

<p>Soluzione trovata, problema risolto. Metto in produzione il risultato del lavoro del pomeriggio. Solita procedura: scrivo in chat ai ragazzi. È una specie di messaggio in codice quello che gli mando, una specie di richiesta di approvazione. Ho uno scambio breve, sempre in chat, ma il processo è rodato e ci mettiamo poco a concludere. Click: deploy.</p>

<p>Se accetto (se accetto), di questo scrivere e pensare a più mani–penso–non resterà molto.</p>

<h2>3. commit</h2>

<p>Scivolo di fianco alla fila di auto incolonnate, mentre torno a casa: l’aria in faccia mi porta fuori dalla bolla e zittisce quel ticchettio che il pomeriggio di lavoro mi ha lasciato in testa.</p>

<p>Julia arriva poco dopo di me. «Ciao!». Mi saluta concitata, mentre saltella su una gamba e si sfila una scarpa. Fa un passo: mi bacia con un gran sorriso, cambia gamba e lascia cadere l’altra scarpa. «Rossella mi ha messo in prima fila, capisci? E se ha messo in prima fila me, figurati come siamo messe! Ho perso il ritmo, ho sbagliato persino qualche attacco! E… ma… com’è andato il colloquio?»</p>

<p>Le racconto. «Londra! Hong Kong!», dico alla fine.</p>

<p>«E i ragazzi?», dice. Lo fa sempre, quando c’è di mezzo una discussione: nessuna esitazione, dritta al punto. Anche quando io–penso–il punto non lo vedo neanche con il binocolo.</p>

<p>«Eh…», rispondo eloquente.</p>

<p>«”Eh…” cosa?», incalza Julia con un sorriso fatto apposta.</p>

<p>«Lo sai: metto a posto cose che non funzionano. Il mio lavoro è sempre stato raccogliere fili sparsi e metterli in ordine. Se accetto, cambia tutto. Potrei inventarle direttamente, le storie, invece che provare ogni volta a sistemare quelle degli altri quando è già troppo tardi. Ma se accetto, smetterò quasi completamente di scrivere a più mani: dovrò far funzionare, ha detto, “decine di team”».</p>

<p>«È quello che vuoi?». Sa la risposta. Sa anche che «Sto provando a capirlo».</p>

<p>«E quando inizieresti?» All’improvviso sento il peso fisico della decisione: spinge sul calendario per occupare tutti i giorni da un certo punto in poi. «Appena posso», dico, ma non vuol dire quasi niente–penso.</p>

<p>«Mi serve un po’ di tempo, per capirlo.»</p>

<p><em>Il corso a cui ho partecipato è organizzato da quei bravissimi di <a href="http://zandegu.it/">Zandegù</a> e tenuto da <a href="http://marcolazzarotto.it/">Marco Lazzarotto</a>: quest'anno <a href="http://zandegu.it/prodotto/narrativa-101/">lo stesso corso</a> riparte proprio in questi giorni. #sapevatelo</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Leonard Cohen]]></title><link>https://www.sistrall.it/it/pensieri/2016/11/11/leonard-cohen</link><guid>https://www.sistrall.it/it/pensieri/2016/11/11/leonard-cohen</guid><pubDate>Fri, 11 Nov 2016 09:14:00 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>In vita mia mi sono innamorato musicalmente due volte. Certo, a dir la verità ho avuto un sacco di storie — due esempi, ma potrei farne tanti: vado in astinenza se non ascolto per troppo tempo <em>La Domenica delle Salme</em>, comincio a sentirmi strano quando periodicamente non mi perdo dietro alle mongolfiere di Gianmaria Testa.</p>

<p>Però mi sono innamorato solo due volte (e a me sembra di essere già molto fortunato).</p>

<p></p>

<p>Mi sono innamorato di Paolo Conte verso i 18 anni. Un pomeriggio di autunno o di primavera, spiegavo matematica a Cecilia e la stanza era piena di luce. Lei cercava scuse per evitare la matematica: accende lo stereo, prende una cassetta e schiaccia play. Dalle casse salta fuori una voce che per me è un fulmine a ciel sereno. Non avevo mai sentito niente del genere. <em>Gelato al limon</em> è la prima canzone di Paolo Conte che ho ascoltato.</p>

<p>Molto tempo dopo, ho incrociato Leonard Cohen.</p>

<blockquote>
<p>There is a crack, a crack in everything  a
That's how the light gets in.</p>
</blockquote>

<p>La prima volta che ho ascoltato <em>Anthem</em>, dentro di me, si sono spalancate migliaia di persiane su migliaia di finestre illuminate, con tutto il rumore che fanno quando sbattono per il vento e le tende svolazzanti; centinaia di serrande hanno cominciato ad alzarsi e io non ho più smesso di ascoltare Cohen.</p>

<p>Resta la mia musica totemica, quella a cui tornare quando nessun’altra funziona.</p>

<p>Cohen sul palco era un’esperienza: prendi <em>Tower of song</em> da Live in Dublin e Live in London e vedi cosa combina. Come gioca sapiente con il pubblico, come si prende in giro e con quanta cura offre la canzone, attraverso un’ironia che a me ha sempre saputo di saggezza.</p>

<p>E quando si inginocchiava sul palco. Si inginocchiava per la musica, per la canzone: pieno di dignita, si inginocchiava in onore di tutto.</p>


]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[A ognuno il suo indirizzo]]></title><link>https://www.sistrall.it/it/pensieri/2016/04/27/a-ognuno-il-suo-indirizzo</link><guid>https://www.sistrall.it/it/pensieri/2016/04/27/a-ognuno-il-suo-indirizzo</guid><pubDate>Wed, 27 Apr 2016 09:45:00 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Eravamo rimasti ai link: le parole che, se ci clicchi sopra oppure le tocchi, ti portano da un’altra parte.</p>

<p>Fai un esercizio: prova a scorrere questa pagina da cima a fondo e contali. Fa’ attenzione che non tutti i link sono sottolineati. Ci sono tanti modi per far capire che una parola è un link: a volte li riconosci perché hanno un colore diverso dal testo circostante, altre volte li riconosci perché sono dove ti aspetti che siano. Dai, contali, io aspetto. Niente fretta, solo curiosità di capire.</p>

<p>Eccoci. Quanti link hai contato?</p>

<p>Non tutti i link sono uguali, anche se lo sembrano: <strong>alcuni ti portano ad altre pagine del sito su cui ti trovi, altri, invece, ti portano su altri siti</strong>. Detta così, sembra una cosa di poco conto. Però, se torniamo all’analogia tra libri e siti di cui ti dicevo <a href="https://www.sistrall.it/it/pensieri/2016/04/16/se-questo-e-un-sito">la settimana scorsa</a>, ti renderai subito conto che la forza di questo meccanismo è enorme.</p>

<p>Per esempio, ci sono dei “link” che trovi in quasi tutti i libri: sono le voci dell’indice. Rimandano ad altre pagine e ti fanno fare dei salti. Tu ti fermi, sfogli, cerchi la pagina e riprendi a leggere. Sono—diciamo—dei <strong>link interni</strong>. Ci sono anche link tra libri diversi: per esempio quando un autore cita altri libri o passaggi di altri libri. Ecco: questi sono <strong>link esterni</strong>. In questi casi, per poter approfondire, devi almeno alzarti, andare a prendere l’altro libro, sfogliarlo, trovare la pagina giusta e, allora, puoi ricominciare a leggere.</p>

<blockquote>
<p>I link su internet, invece, funzionano tutti allo stesso modo: tu clicchi o tocchi la parola e, <em>zoing!</em>, sei già a destinazione.  Tutta magia nascosta nel tuo smartphone!</p>
</blockquote>

<p>A questo punto ti starai chiedendo (e se non te lo stai chiedendo, facciamo finta che te lo stai chiedendo): «Ma se tutto è così facile e così veloce, e io posso muovermi da un posto all’altro della rete con pochi click, come faccio a non perdere il filo?».</p>

<p>Facile: te lo dice l’indirizzo. Quando usi internet e visiti un sito, c’è sempre una zona (di solito sta in alto nello schermo) dove vedi una scritta piena di caratteri strani, come <code>www.sistrall.it</code>. Quello è un indirizzo internet e ci sono dentro tante informazioni. Te le racconterò un po’ alla volta, in rigoroso ordine sparso, ma incominciamo con questa: <strong>tutte le pagine di un sito hanno un indirizzo che inizia con le stesse “parole”</strong>. Facci caso: tutte le pagine del mio sito iniziano con <code>/</code> o qualcosa di simile (se leggi con il telefono, probabilmente vedrai solo <code>www.sistrall.it</code>, che è la parte più importante e il telefono la mette in risalto per tua comodità).</p>

<p>Quindi, il riassuntino di questa puntata è:</p>

<ul>
<li>se clicchi su un link e l’indirizzo comincia sempre con le stesse parole, allora sei sempre sullo stesso sito;</li>
<li>se clicchi su un link e l’indirizzo cambia molto, vuol dire che sei finita su un altro sito.</li>
</ul>

<p>Per oggi basta così, che il treno sta arrivando e devo scendere.</p>
]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Se questo è un sito]]></title><link>https://www.sistrall.it/it/pensieri/2016/04/16/se-questo-e-un-sito</link><guid>https://www.sistrall.it/it/pensieri/2016/04/16/se-questo-e-un-sito</guid><pubDate>Sat, 16 Apr 2016 21:10:00 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Mamma! Mi avrai sentito nominare siti internet mille volte in mille salse: «vai sul <em>sito</em> tal-dei-tali», «per lavoro faccio <em>siti</em>», «l’ho letto su un <em>sito</em>».</p>

<p><strong>Ma tu lo sai che cos’è un sito internet?</strong> Perché, a forza di sentirlo nominare, a un certo punto, anche prima che tu <a href="https://www.sistrall.it/it/pensieri/2016/04/06/smart-tv-v-s-smart-mamma">scoprissi internet</a>, ti sarai chiesta che cosa significa «avere un <em>sito</em> internet».</p>

<p></p>

<p>Non è difficile (facciamo un po’ di teoria, prima).</p>

<p>Partiamo da una cosa che conosci bene: un sito internet somiglia a un libro. Come un libro ha dentro cose scritte da una persona (o più persone insieme), ha una copertina, è fatto di pagine. È fatto di parole, ma anche di immagini. Certi siti, più che a veri e propri libri, somigliano a delle riviste, tipo quelle che leggi dalla parrucchiera; altri somigliano molto al giornale che papà comprava ogni mattina andando al lavoro. Lui racconta che, mentre gli passava La Stampa dal finestrino della macchina, il giornalaio diceva sempre: “Eccoli qui, belli freschi”. Ho sempre pensato che si riferisse ai fogli del giornale, altrimenti mica si spiega il plurale. Anche se… chissà… Ma non divaghiamo.</p>

<p>Un sito, però, è anche molto diverso da un libro o un giornale di carta. I giornali e i libri sono in mano a pochi. Viviamo in una società discretamente libera e, per fortuna, non esiste una sola casa editrice o un solo quotidiano. Ma, allo stesso tempo, pubblicare qualsiasi cosa su carta è molto costoso e decisamente complicato. E costa anche un sacco di alberi.</p>

<p>Pubblicare un sito, invece, è così facile che chiunque può farlo. Certo bisogna "studiare" almeno un po’ (pensa l’ironia: per imparare si possono usare altri siti), ma basta davvero poco per cominciare. E nella maggior parte dei casi—figurati!—non costa niente.</p>

<p>E poi c’è un’altra cosa che rende un sito diverso da un libro: <strong>l’ordine in cui leggi quel che c'è scritto</strong>. Come leggi un romanzo? Dall’inizio alla fine (a meno che tu non sia così curiosa da dare un'occhiata al finale prima di arrivarci). Come sfogli il giornale? Non so tu, ma io comincio alla prima pagina, poi apro e sfoglio il resto, quasi sempre dall'inizio verso la fine. Come leggi una rivista dal parrucchiere? Beh, sì, in questo caso l’approccio cambia un po’, ma mica poi tanto.</p>

<p>Un sito no: un sito ha i <strong>link</strong> (che si legge com'è scritto e in italiano si traduce <strong>collegamento</strong>): proprio mentre stai leggendo, incontri delle parole sottolineate, le tocchi (se stai usando il telefono) oppure ci clicchi sopra (se usi un computer con il mouse) e ti si apre un’altra pagina. E così, invece di andare dall'inizio alla fine, capita di cominciare a muoversi—per così dire—di traverso, andando un po' a tentoni, a destra e sinistra, in un flusso continuo di curiosità e ispirazione. E tutto questo andare a destra e a manca, a volte ti fa scoprire cose che non avresti mai immaginato; altre volte, invece, rema contro il tuo vero obiettivo, quello che avevi quando hai cominciato a leggere.</p>
]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Smart TV v/s smart mamma]]></title><link>https://www.sistrall.it/it/pensieri/2016/04/06/smart-tv-v-s-smart-mamma</link><guid>https://www.sistrall.it/it/pensieri/2016/04/06/smart-tv-v-s-smart-mamma</guid><pubDate>Wed, 06 Apr 2016 13:00:00 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Saranno stati un paio d’anni fa.</p>

<p>Ero andato a trovare mamma e papà e, in casa, era comparso da poco un nuovo televisore ennesimo. Una smart TV, a dirla tutta. Nera, poggiata su un supporto nervosamente asimmetrico e aereo, monolitica nel senso di <em>2001: Odissea nello spazio</em>, dominava lo spazio appoggiata su una apposita mensola della cucina bianca.</p>

<p>Per papà, i televisori sono oggetti speciali: la sua vita professionale è cominciata dai televisori a valvole, proprio nel momento in cui i televisori si sono diffusi. E della sua vita di bimbo, ricorda spesso le occasioni in cui andava a vedere la televisione a casa d’l padrun, il proprietario della tenuta che i miei nonni gestivano come mezzadri. E ‘l padrun, nella sua generosità notevole, donava tre caramelle—tre—a lui e alle sue due sorelle, mentre loro si godevano la serata davanti alla TV bianco e nero, in rigoroso silenzio. E anche altri momenti della sua vita, in qualche misura, sono stati scanditi da qualche tipo di evento legato alla televisione. Nel ’77 la TV italiana avviava ufficialmente le trasmissioni a colori: l’anno in cui sono nato io, per dire.</p>

<p>Per me la TV sa di vecchio. Anche nella monolitica e scintillante versione di cui papà si era appena dotato, non riuscivo a riconoscere altro che un monitor. Che se l’interazione massima è premere i tasti sul telecomando, allora quella non è roba per me e comincio a cercare alternative. E di alternative ce n’erano, quel giorno: il retro del monolite era zeppo di connettori, un ben di dio di ingressi e uscite, in ogni formato immaginabile.</p>

<p>Così, complici un pomeriggio caldo e la voglia di fare una cosa qualsiasi con papà, propongo di provare a connettere in rete l’oggetto: dietro c’è una porta ethernet e non dobbiamo far altro che far correre un cavo fino alla zona in cui vive il router ADSL, di là, vicino al telefono. Detto fatto, apriamo 5 scatole della luce, individuiamo un percorso, infiliamo una sonda e, nel giro di mezz’ora, il monolite è in rete.</p>

<p>A quel punto, lo schermo—quasi solo una lamina nera, a dire il vero—e il suo telecomando assumono tutto un altro significato. Mai messo le mani su una Smart TV e voglio proprio vedere che cosa ci si può fare, voglio proprio.</p>

<blockquote>
<p>Nel giro di poco mi rendo conto che di smart, nel monolite, non c’è niente: sia che scelga la traduzione in intelligente, sia tradotto con sveglio, svelto, il coso che ho davanti non risponde alle definizioni.</p>
</blockquote>

<p>L’interfaccia è lenta e scomoda. Faccio un giro, esploro. C’è un’unica cosa che, forse, nella sua ridicola smartness, il monolite potrebbe fare decentemente: far vedere i video su YouTube.</p>

<p>No, non lo fa bene: per fare una ricerca uso una tastiera a schermo dove seleziono e confermo una lettera dopo l’altra. Se sbaglio, devo muovermi con il telecomando fino al backspace della tastiera virtuale e poi tornare sulla lettera che avrei voluto digitare prima di sbagliare. E confermare. E poi di nuovo: destra-destra-destra-destra-su-destra-destra-destra-ok, sinistra-sinistra-sinistra-giù-giù-ok. Un lavoro a tempo pieno.</p>

<p>Sarà stata la curiosità che girava intorno al monolite, sarà quella generata a pranzo dalla scoperta della spugna di luffa, sta di fatto che mamma ha scoperto internet quel giorno. Un video dopo l’altro, la curiosità ha vinto, ha sconfitto tasto dopo tasto una pessima user-interaction a colpi di click su uno scomodo telecomando.</p>

<p>Brava mamma! Ci avevi già provato, anni prima, ma quella cosa del mouse non ti è mai andata giù. E lo capisco: ci vuole un po’, a prendere confidenza con un topo sulla scrivania. Meglio cominciare con una serie infinita di click-click-click su un rassicurante telecomando. A quel punto, però, la frittata è fatta: una volta trovato l’innesco, la curiosità muove l’animo e, infatti, qualche mese dopo, per la prima volta ti ho visto in mano uno smartphone. A due anni di distanza lo tratti sempre con un non so che di riverenza, come si trattano le situazioni che non si capiscono fino in fondo.</p>

<p>E allora, visto che ci penso da un po’, comincio da qui: ti racconto un po’ di quel che faccio per vivere, un po’ alla volta, senza fretta e senza appuntamenti. E la chiamo internet per mamma, questa serie.</p>
]]></content:encoded></item></channel></rss>